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LA  CHIESA DI SAN FILIPPO NERI

 

All’Oratorio in onore dei fratelli Giovenale e Matteo Ancina, a loro volta seguaci dell’Oratorio filippino di Roma, venne a sostituirsi la Chiesa a navata unica, realizzata da Giovenale Boetto a partire dal 1651, disposta perpendicolarmente alla via Maestra, come si vede nella tavola del Theatrum Sabaudiae. Il ritrovamento di una porzione di muratura appartenente al tempio originario, sulla sommità del muro portante sud della sacrestia di San Filippo, avvenuto nel corso dei lavori di rifacimento del tetto e di consolidamento della volta della sacrestia, e le tracce nei sotterranei di murature appartenenti alla base dell’abside, precisano le indicazioni del Theatrum. Sopravvive, dal lato dell’epistola, parte dell’antica parete del presbiterio con finta apertura affiancata da cornici, con tracce di decorazione a stucco nella campiture laterali, mentre é evidente l’intonaco disegnato a fresco imitante una vetrata legata a piombo nel campo interno della finta apertura. La cortina muraria superstite si innesta perpendicolarmente nel muro della navata centrale della chiesa attuale, confermando come la primitiva chiesa avesse un’unica navata e facciata parallela all’antica via Maestra, ora via Garibaldi. In breve tempo, la congregazione dei Filippini divenne sempre più numerosa; la chiesa stessa, le cui nicchie erano affrescate con le dodici virtù, risultò troppo piccola per ospitale tutti i membri. Le più radicali trasformazioni del sito, tra il 1706 e il 1713, culmineranno, dopo molti ripensamenti, nella demolizione della chiesa boettiana costruita da appena una cinquantina d’anni per lasciare posto all’attuale chiesa di San Filippo e all’ampliamento del convento. Il nuovo edificio di culto, anche se di pregevole importanza architettonica, contribuì con la sua enorme mole, a differenza della soluzione boettiana, alla cancellazione dell’identità dell’antico tracciato urbano, sostituendo sul lato sud verso sia Garibaldi, alla eterogenea sequenza di facciate di edifici civili volumetricamente coerenti, un’alta cortina continua. Per la realizzazione del sagrato di fronte alla nuova facciata barocca, veniva demolita un’altra casa merlata affacciata sull’antica via Maestra, contribuendo ulteriormente alla perdita di antichi valori storici di questo suggestivo asse stradale. In questi anni si era definitivamente conclusa la costruzione dell’organismo conventuale, la quale interessò i lotti privati ed il sedime superstite della via di Ponto. E’ presumibile che dopo l’ampliamento settecentesco, anche per il declino dell’Ordine, il convento non abbia subito importanti mutazioni nella struttura, per cui il rilievo ottocentesco della pianta del piano terreno, allegato agli atti per l’ampliamento della caserma, è da ritenersi esplicativo della situazione originaria. All’interno del convento erano presenti due cortili, il più grande di forma rettangolare, con funzione di chiostro porticato sui due lati: quello orientale, adiacente alla chiesa, e quello meridionale, con dieci campate ciascuno, mentre sui lati opposti si affacciavano direttamente i locali per la giusta insolazione e, in assenza di porticato, i percorsi, divenuti corridoi, si spostavano verso le vie adiacenti. L’altro cortile, usato per i servizi, con accesso carraio da via Garibaldi, era addossato all’abside della chiesa e la manica di edificio a nord era quella già presente nella primitiva versione, tanto che durante la costruzione della chiesa del ‘700, l’abside dovette essere realizzata in forma estremamente ridotta per non occupare tutto lo spazio del cortile. Degli ingressi, più antico era forse quello sul lato ovest, all’angolo tra le vie S. Giovanni Bosco e Cervaria, prossimo all’ampio scalone, ma quello posto diagonalmente al sagrato, accanto alla facciata della chiesa doveva assumere, nella versione settecentesca, la funzione di rappresentanza.

Attualmente, al piano superiore della manica superstite appoggiata alla chiesa, si possono notare le celle dei religiosi, di ridotte dimensioni, ora prive di volta, e a fianco della sacrestia, addossata alla parete superstite della chiesa seicentesca, sopravvive una cappella aperta sul coretto ligneo che si affaccia sul presbiterio dell’edificio. La facciata, realizzata in cotto rustico, si compone di due ordini sovrapposti; lo spazio è suddiviso da due coppie di colonne binate che sorreggono in alto un timpano lunato e abbassato. La pianta dell’edificio e a schema rettangolare, ad una sola navata. All’interno, si alternano grandi arconi a tutto sesto prospicienti le cappelle e archi minori, a sesto ribassato, che si aprono sui passaggi colleganti le cappelle; il ritmo e segnato da snelle semicolonne decorate in finto marmo. Le cappelle laterali sono ornate da quattro differenti altari, seppure omogenei tra loro, realizzati in marmo e stucchi. Gli affreschi, iniziati probabilmente nei 1718, furono realizzati dai fratelli Pozzo e da M. A. Milocco. Notevoli soluzioni illusionistiche tendono ad arricchire il semplice spazio architettonico: la parete del coro viene sfondata verso uno spazio più ampio, la volta del presbiterio, una normale volta a vela, viene trasformata con l’affresco in una cupola e sfondata verso l’alto. La volta della navata centrale, a botte, interrotta da quattro finestroni, pare innalzata per effetto di una finta architettura costituita da pilastri, colonne ed archi. Al centro, è raffigurata la Glorificazione di S. Filippo Neri, con richiamo evidente (anche se con risultato più modesto) alla Gloria di S. Ignazio, dipinta da Andrea Pozzo (non legato da parentela con i Pozzo autori degli affreschi) per la chiesa romana di S. Ignazio. Inseriti perfettamente nell’architettura, all’altezza del presbiterio e della navata centrale, vi sono sei coretti, opera di scuola di scultura lignea locale. Nelle quattro nicchie degli altari laterali sono collocate statue lignee dì autori ignoti; rappresentano S. Filippo Neri, S. Anna con la Vergine bambina, la Madonna del Rosario e San Giuseppe. Opera di Sebastiano Taricco è la grande pala della Visitazione, posta alle spalle dell’altar maggiore; le due tele ai lati dei presbiterio (Natività del Signore e Visita dei Magi) sono da attribuirsi con buona probabilità al Gambera, pittore locale. La sacrestia è decorata con affreschi tardo settecenteschi; inserite nel pregevole corredo ligneo vi sono quattro sovraporte raffiguranti scene bibliche da assegnarsi a Bagnasacco, seguace del Beaumont.

 

San Filippo

 
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